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ROMA - Agosto 2016
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È possibile educare a vivere la propria sessualità?

Qual'è il contenuto dell'educazione? In che consiste il lavoro educativo? Che cosa guida e corregge costantemente la relazione tra un padre ed un figlio, tra un educatore ed un alunno?

"La parola "realtà" sta alla parola "educazione" come la meta sta ad un cammino. La meta è tutto il significato dell'andare umano: essa è non solo nel momento in cui l'impresa si compie e termina, ma anche in ogni passo della strada. Così la realtà determina integralmente il movimento educativo passo passo e ne è il compimento. (...) Qualunque pedagogia che conservi un minimo di lealtà con l'evidenza, deve riconoscere e in qualche modo attendere a questa realtà."
(Luigi Giussani, Il rischio educativo, Società Editrice Internazionale, Torino 1995, p. 19-20.)

L'esperienza ci insegna che per poter stare di fronte al reale è necessario affermare un significato, riconoscere che mi "parla" di qualcosa, che mi "svela" qualcosa.

Chissà che non sia proprio questo non sperare che la realtà ci dica qualcosa, ciò che fa diventare profondamente scettici gli adulti quando affrontano il "compito" di educare.

Se le stelle, gli alberi, le montagne o il mio stesso corpo non mi suscitano nessuna domanda, perchè dovrebbe interessarmi guardarli fino al punto da conoscerne, le parti, il funzionamento e le dimensioni? Senza un significato la totalità che ci circonda è muta e pertanto nella sfera degli interessi rientra solo il particolare che ci riguarda per una finalità immediata dettata dalle proprie esigenze.

Con queste premesse cosa è importante? Soltanto evitare i "problemi", essere attenti che utilizzando il reale non ci siano per la persona conseguenze "indesiderate". È a questo livello che nella nostra società emerge la necessità di definire le "norme comportamentali" che debbono regolare il rapporto con la realtà senza alterarne i benefici. Si parla di educazione ai valori, si avverte la necessità di definire le "norme morali" che devono dettare i comportamenti.

Gli educatori abbandonano il compito di accompagnare i giovani nell'avventura della conoscenza verso la scoperta di ciò che le cose veramente sono, per un percorso relativo che, mentre assicura il piacere personale, deve difendere il "benessere" comunitario. Non avendo la realtà alcun significato, per seguire l'assoluto del principio del piacere, l'orizzonte dell'eticità non è che una costruzione sociale dipendente da fattori assolutamente soggettivi. La libertà del singolo si gioca nello scegliere la "costruzione" più convincente. Con queste premesse culturali, educare vuol dire: facilitare la conoscenza di tutte le "costruzioni" possibili e la "libera" scelta di una di esse.

Oggi assistiamo al fatto che nei comportamenti questa modalità "adulta" e "autonoma" di considerare realtà e conoscenza conduce irrimediabilmente all'impossibilità per i giovani di sviluppare le capacità che lo caratterizzano e lo differenziano da qualsiasi altro essere, ragione e libertà sono circoscritte ad un'unica condizione: "difendere" e "subire" le proprie pulsioni.
Nonostante ciò, "la realtà è testarda", ogni educatore fa esperienza del "dolore" che accompagna i nostri ragazzi quando devono inevitabilmente subire gli effetti dei loro comportamenti.

L'uomo non ha un corpo, è un corpo e pertanto qualsiasi azione realizzi è espressione della persona ed incide su di essa. Durante l'esperienza educativa risulta evidente come in molti adolescenti il grido del cuore sia facilmente percettibile, ed in questo grido la loro sessualità in pieno sviluppo ha un grande protagonismo. Senza che ne abbiano coscienza scoprono che gli atti del "corpo" possono avere delle ripercussioni che incidono sull'intero arco dell'esistenza. Le azioni del nostro corpo dunque non sono innocue. Per questo è importante accompagnarli nell'esperienza che c'è un modo di vivere la corporeità che corrisponde all'umano, ed un altro che lo nega, questa corrispondenza non è il risultato di una scelta soggettiva, ci viene data oggettivamente.

Per questa ragione fondamentale nell'educazione affettiva e sessuale dei giovani e degli adolescenti bisogna affrontare due aspetti:

La libertà, può entrare in azione soltanto davanti ad una proposta, che prenda in considerazione tutte le dimensione della persona, guardando i problemi senza censurarne gli interrogativi e le difficoltà.

Il programma Teen STAR (Sexuality Teaching in the context of Adult Responsibility), è un prezioso strumento elaborato negli USA dalla dr.sa Hanna Klaus ed ora diretto dalla dr.sa Pilar Vigil docente dell'Università Cattolica del Cile.

Uno dei suoi pregi è il rispetto della libertà di educazione, per la sua realizzazione è imprescindibile: che i genitori conoscano i contenuti del programma ed accettino di collaborare, che gli adolescenti scelgano liberamente di riceverlo, gli educatori si impegnino ad una totale riservatezza sui contenuti dei colloqui personali sostenuti.

Il programma è sufficientemente "aperto" da poter rispondere alle caratteristiche di qualsiasi tipo di gruppo (è stato impartito in centri scolastici frequentati da alunni con un alto livello socio-economico come nei quartieri più poveri, in centri educativi laici e cristiani, in gruppi parrocchiali, in centri universitari, nel carcere femminile...) inoltre è organizzato in modo tale da poter essere proposto in diversi momenti dell'età evolutiva.

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